Cosa intendiamo quando diciamo “io”?

Se osserviamo più da vicino i nostri processi mentali e la coscienza, siamo costretti a trattare la parola “io” con molta attenzione.

Nella nostra percezione, così anche nell’utilizzo verbale, il termine Io ha infatti due significati. Quasi sempre utilizziamo questo termine per descrivere qualcosa (noi stessi) che è una persona, con un nome, una storia e delle caratteristiche personali: “io mi chiamo…, io sono…, io faccio”.

Questo Io si identifica con il nostro passato, con le nostre capacità, le nostre abitudini e i nostri condizionamenti. Per poter differenziare questo tipo di “Io” da un diverso tipo, utilizziamo ora la parola “Ego“.

In questa sede con il termine Ego intendiamo un elemento del tutto neutrale che nulla ha a che fare con la normale accezione di autocoscienza.

Per ciò che riguarda la percezione interiore, l’Ego può essere paragonato al sistema mentale dei pensieri che comprende tutto ciò che abbiamo vissuto, pensato, le nostre opinioni e i nostri modelli di pensiero.

Risponde a delle leggi proprie e ha delle visioni autonome. E’ interessato sopratutto alla sopravvivenza e al benessere del corpo.

Si considera qualcosa di distaccato da tutto il resto e pretende di essere qualcosa di speciale. Dio, Amore, “essere Uno con tutto” sono concetti che l’Ego non può comprendere.

La sua aberrazione è tale che arriva a combattere una guerra contro sé stesso, con sensi di colpa e rimpianti. Per l’Ego, la serenità non è cosa possibile, perchè rincorre continuamente il sapere, necessita in continuazione di sicurezza.

Il suo sentimento più ricorrente è la paura. In noi, tuttavia, esiste la percezione di un centro, l’istanza che vive a prescindere da noi. Riconoscendo l’esistenza di tale istanza, crediamo di poter pensare, di poter essere stanchi, di poter commettere un errore.

Ma questo “Io” interiore non pensa, non è mai stanco e non sbaglia mai. E’ solo cosciente. Questo essere cosciente, che include la facoltà di comprendere, lo chiameremo d’ora in poi “Io”.

Esiste in qualità di esperienza interiore e non ha una controparte materiale. E’ il senso interiore di identità all’interno di noi stessi, è sempre calmo, non valuta né giudica.

Dopo la nascita, molto presto accade di spostare il nostro senso di identità da ciò che abbiamo chiamato “Io” a ciò che abbiamo “Ego”.

Da quel momento iniziamo a soffrire…

Per poter rimediare a questo “errore”, è utile rendersi conto di ciò che accade all’interno del nostro cervello quando viviamo un’esperienza, quando riconosciamo qualcosa.

Dobbiamo però differenziare il concetto di percezione dal concetto di conoscenza. Prima ancora di qualsiasi riconoscimento avviene la percezione.

Sentire un suono e riconoscerlo sono, infatti, due processi ben distinti. Dapprima si sente un suono, poi si riconosce nel suono il verso di un uccello.

La stessa cosa accade con la vista e con tutti gli altri possibili strumenti percettivi. Del resto, sarebbe impossibile guardare un oggetto che si conosce senza riconoscerlo.

Soffermandoci su questo esempio, possiamo dire che quando guardiamo un tavolo, nel nostro cervello si forma immediatamente un’immagine, meglio detta immagine generale del tavolo, che comprende tutto ciò che stiamo vivendo in quel momento.

Denominiamo questo come (tavolo). Dal momento che la nostra capacità di percezione è limitata ai nostri sensi, il (tavolo) non è in alcun modo una rappresentazione completa della realtà.

Noi percepiamo solo alcune lunghezze d’onda, possiamo sentire solo alcuni odori e non c’è da escludere che esistano altri strumenti percettivi e modi di percepire la realtà di cui noi non disponiamo o che non conosciamo.

Il tavolo potrebbe, infatti, inviare segnali che noi non possiamo percepire. Ma il (tavolo) è la migliore percezione di cui siamo capaci.

Nel sistema e nei meccanismi del pensiero del nostro cervello si verifica immediatamente un’associazione a ciò che abbiamo già visto e vissuto.

In altre parole, è come se il cervello volesse conoscere in anticipo ciò che stiamo vivendo, dal momento che non sopporta le incertezze e le considera un pericolo.

In un lampo, dunque, il pensiero “riconosce” il tavolo. Il pensiero non “vede” il tavolo, lo “riconosce”. E’ già un elemento conosciuto. Non è nulla di nuovo.

Esiste già una categoria “tavolo”, nella quale vengono raccolte tutte le informazioni inerenti il tavolo.

Nel nostro sistema di pensiero, il tavolo è qualcosa di già conosciuto e con esso esistono altre migliaia di associazioni ad esso collegate.

L’attuale esperienza della vista di un tavolo, viene quindi catalogata come qualcosa di già conosciuto. Nulla di nuovo viene aggiunto. L’intero complesso lo chiamiamo “tavolo” e comprende tutto ciò che già conosciamo a proposito.

Ma ciò ha ancora meno a che fare con il tavolo che abbiamo appena percepito attraverso i sensi. Non solo il tavolo viene subito identificato e paragonato con ciò che già conosciamo, ma sappiamo anche che il nostro cervello filtra le informazioni immagazzinate in un determinato ordine.

Arriva addirittura ad interpretare ciò che accade secondo le informazioni di cui dispone e non acquisendone di nuove.


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